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Cerone: miracoli e altre istruzioni per l’uso

“Si fallisce sempre nel parlare di ciò che si ama” (R. Barthes)

 

A Giacinto del testo critico non è mai fregato niente.

Di chi lo scrivesse e dove venisse pubblicato ancora meno. Andava per simpatia, ma soprattutto per casualità, o forse ancor meglio per causalità, nel senso del destino, delle dinamiche causa-effetto.

Vedrò perciò di farla non breve, ma leggera e fresca, per non farlo incazzare.

L’unica cosa che contasse davvero era il lavoro, l’opera, che spesso coincideva con la scultura che lui chiamava: “le statue”. E la statua doveva “stare male, stare scomoda. Perché non ha nessun rapporto con lo spazio. Lei è lo spazio”. Conobbi Giacinto alla metà degli Anni Novanta. Nel ’99 fu uno dei cinquanta autori delle copertine litografiche del mio secondo ed ultimo disco, Operazione Superlusso, nonché la star indiscussa dell’omonimo docu-film ad esso collegato.

Di quella produzione, vox populi, il personaggio di punta, il più travolgente ed attoriale. Ancora oggi, a distanza di anni, non posso non associare il suono delle percussioni a quel passaggio del film nel quale sostiene di essere ossessionato, perseguitato dal rullo di tamburi, suoni ancestrali, il suono della giungla, poi aggiungeva, smitizzandosi con autoironia: “ oppure ho davvero bisogno di un otorino”.

Vulcanico e poetico, selvaggiamente irruento, ma sempre sottilissimo e lucidissimo. Lucano roccioso, raro e unico come il pino loricato della sua terra. Coltissimo. Passava con disinvoltura da una valutazione di mercato ad una poesia di Holderlin, da una citazione di de Dominicis, all’Iliade e l’Odissea.

Volteggiava tra Lo Savio e Albers, veleggiava assieme a Ulisse, come se fosse là, se accadesse in quel momento: “…ad un certo punto le sirene cominciano a cantare e gli argonauti…”, per poi infervorarsi: “ ora, se c’è qualcuno che pensa che tutto ciò non sia vero deve avere il coraggio di venire qui a dirmelo”. I risvolti teatrali, ultra appariscenti, anarchici e autodistruttivi erano naturalmente i più vistosi, ma esisteva in lui un alter ego insospettabile, quello del padre premuroso, al cancello di scuola la mattina presto con gli adorati figli, quello del marito innamorato, ma lucidamente preveggente, al punto di riferirsi alla sua Elena con l’epiteto tragicomico de “la vedova”. Giacinto aveva anche un dono tipico dei grandi, la capacità di improvvisare. Ad un mese dall’opening nella mia galleria l’immagine per l’invito della sua personale non era stata né pensata, né realizzata. Nel cercare una matita Giacinto si ferì un dito e in dieci secondi realizzò col suo stesso sangue un commovente piccolo tributo punk a Borromini e alla sua S. Agnese a Piazza Navona. Per lui esisteva solo il presente. Mi raccontò il mio amico e orafo Paolo Mangano, che collaborò ad un suo progetto, di averlo incontrato per strada con una bottiglia di vino costosissima di quelle per una grande occasione, appena regalata da un importante collezionista. Lo invitò a sedersi al primo tavolo di bar incontrato e per Paolo non ci fu scampo fino a che la bottiglia non fu svuotata. Del doman non v’è certezza e pure carpe diem. Nella lunga e gloriosa tradizione degli artisti maledetti, da Modigliani a Giacometti, il nostro più fulgido e selvaggio e raffinato Iggy Pop. Ma non scordava mai entro l’ora di cena di chiamare la sua “vedova”. Quanti pomeriggi interminabili passati tra il suo studio e il bancone del bar dietro l’angolo che svaligiavamo senza pudori. Eravamo tutto fuorché morigerati.

C’è un verso di Leonard Cohen che mi rimanda al senso di meraviglia, svelamento che la sala dedicata a Cerone in questa mostra suscita in me: “and Jesus was a sailor/as he walked upon the water”, con quella logica astrusa che solo i grandi riescono a concepire, sostenere e divulgare. Potenza ed eloquenza dell’immagine, visiva o verbale che sia, senso di rivelazione, di vero e proprio miracolo.

Attraverso questa selezione di sue carte, che vanno dall’inizio della sua carriera fino all’ultima fase, vogliamo omaggiare quei rari e preziosi, effimeri e perciò necessari, unici veri “legislatori non riconosciuti, i poeti” (Shelley).

Evviva Cerone.

 

Matteo Boetti