TESTO CRITICO

TENSIONI DIALETTICHE

di Manuela Pacella

 

L’errore peggiore che può compiere una nuova generazione è di intervenire nella realtà senza alcuna consapevolezza della storia e della tradizione. Spesso accade per ingenuità, per quella tipica arroganza giovanile che porta precocemente a considerarsi già adulti. Quando, invece, si esce dal guscio formativo con maggiore umiltà e si riconosce di essere parte di qualcosa di più grande ci sono buone possibilità che il proprio pensiero possa davvero contribuire ad un accrescimento personale e, ci si augura, collettivo.
Allo stesso tempo la storia, in questo caso la storia dell’arte, non deve essere vissuta come un disagio, come un impedimento.
La nuova generazione ha superato l’impasse ossessiva del già detto, del già fatto, di tutti gli ‘ismi’ novecenteschi che invece la precedente sembrava subire in silenzio.
Confrontarsi seriamente, di petto, con chi ci ha preceduto, serbare memoria della storia, significa riuscire ad essere davvero liberi, come quando si conoscono tutte le regole di un gioco.
Oggi, inoltre, si è acquisita anche la consapevolezza dell’impossibilità di sentirsi partecipi di un “nucleo creativo” [1]; l’estremo nomadismo culturale e la facilità di approfondire i propri interessi permette, semmai, di sentirsi parte di un’intera tradizione o di più movimenti culturali.
Così, infatti, scrive Marylin Minter nel catalogo della mostra TIME, after TIME: Parallels Between Young American Artists and Italian Masters: “Questo nuovo tipo di astrazione è parte di un inconscio collettivo, in cui questi artisti appartengono tutti, in qualche modo, alla stessa scuola di pensiero. Questa generazione di pittori ventenni guardano tutti al passato, a persone come Lucio Fontana, Piero Manzoni, Mary Heilmann, Blinky Palermo e Cy Twombly; è come se stessero assorbendo le tradizioni dell’espressionismo astratto, del minimalismo, dell’arte povera, della cultura pop e le stessero sfidando ma, allo stesso tempo, gli stessero in qualche modo scrivendo lettere d’amore.” [2].
La mostra a cui si riferisce Minter vede confrontarsi una nuova generazione di artisti astratti americani – Andrew Brischler, Sam Falls, David Mramor, Davina Semo e Rebecca Ward – con artisti storici quali Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti, Alberto Burri, Dadamaino, Piero Dorazio, Mario Schifano e Paolo Scheggi.
Uno degli aspetti più interessanti di Carla Accardi – Rebecca Ward. Women’s Genius. One Step Beyond (Bibo’s Place, Todi, 18 maggio – 7 settembre 2013) non è tanto il confronto generazionale quanto il dialogo di quest’ultima generazione di pittori astratti americani – di cui Ward è parte – con uno dei maggiori esponenti della storia dell’arte italiana dagli anni Cinquanta ad oggi. In questo coglie la caratteristica principale che accomuna molti giovani artisti, non solo quelli che prediligono l’astrattismo. Se apparentemente potrebbe sembrare azzardato e poco lineare prendere spunto da più fonti, allo stesso tempo è qualcosa di inevitabile perché deriva dalla crescita a stretto contatto con la simultaneità temporale e spaziale di stimoli, soprattutto visivi e sonori.
Rebecca Ward (1984, Waco, Texas; vive e lavora a New York) ha un sito web piuttosto significativo e chiarificante in questo senso. Nella home page vi è la sezione library che è suddivisa in tre parti: grab bag; words; links. Esplorandole si entra nel suo mondo e si comprende moltissimo della sua ricerca, ancor prima di viaggiare tra le immagini dei suoi quadri o delle sue installazioni.
GRABbag è il suo tumblr, costituito prevalentemente da immagini fotografiche che vanno, chiaramente senza ordine se non quello cronologico dell’immissione, da opere d’arte di vari autori (Beuys, Buren, Cattelan, Delaunay, Riley, ecc.) a serie e programmi TV sino a pubblicità e a frame da film come Ghostbusters.
A questo apparente ‘miscuglio’ (questo il significato di grab bag) che tradisce gusti, interessi e memorie di Ward, segue la sezione words dove l’artista, oltre ai testi scritti su di lei, ha inserito i seguenti libri, articoli e saggi: Mythologies di Roland Barthes; Edge of Animation, sull’artista britannica Bridget Riley; Specific Objects di Donald Judd; l’articolo di Germano Celant, Notes for a Guerrilla War; Sentences of Conceptual Art di Sol LeWitt; la riproduzione del manoscritto del 1969 di Lee Lozano, membro di Art Workers Coalition; The Function of the Studio di Daniel Buren.
Questi sono i riferimenti di Rebecca Ward, per nulla casuali, assolutamente in linea con il suo lavoro che è frutto di continue ricerche nel suo studio, sui materiali e sui processi, sulla costruzione e sulla decostruzione di un oggetto, sul femminile e sul maschile, sui colori e sul rapporto con l’architettura. Nel farlo non può certo tralasciare tutto quello che è già stato detto.
Nella mostra sopra citata – TIME, after TIME – Rebecca Ward ha dialogato con le opere di Dadamaino e Burri attraverso l’accostamento ad essi di due opere pittoriche ma, soprattutto, ha realizzato un’installazione che ha messo in comunicazione tutti i lavori esposti, li ha come ‘allestiti’ guidando lo spettatore verso punti di fruizione differenti.
Ward esegue, infatti, installazioni con l’uso di nastri adesivi colorati che possono attraversare l’intero spazio espositivo con linee geometriche che ne cambiano la struttura. A differenza delle installazioni, ad esempio, di Esther Stocker, sono meno invasive e usano la qualità luminosa del colore e, per confrontarla invece con un suo mentore, ossia Daniel Buren, sono certamente meno rigorose.
Nella vasta produzione pittorica di Ward la ricerca più interessante è quella in cui i confini della superficie pittorica vengono messi in evidenza e quindi interrogati attraverso la visibilità data ai materiali, come il telaio o i fili stessi della tela che vengono tirati fuori. L’artista scolora, tinge e deforma l’aspetto originario della tela; lei stessa definisce queste caratteristiche come più femminili od organiche rispetto, invece, a forme che spesso si sovrappongono e che invece richiamano i confini più rigidi dell’astrazione. Come infatti dice Stephen Maine, nelle opere della Ward “materiali e processi specifici di un territorio di attività domestico che è stato a lungo codificato come femminile [la tessitura], si infiltra in tal modo nel campo dell’astrazione geometrica, storicamente dominato dal maschile.” [3].Il confronto con la storia, quindi, non è una novità per Rebecca Ward ma, al contrario, l’aiuta a rimettersi in discussione.
La giovane texana viene oggi chiamata ad affrontare un’altra sfida, in territorio ancora una volta italiano, non solo per l’artista con cui deve dialogare – Carla Accardi (1924, Trapani; vive e lavora a Roma) – ma per il luogo in cui dovrà intervenire, Todi, negli spazi della ex galleria di Giuliana Soprani Dorazio, Extramoenia. Ward esegue un’installazione site specific e alcuni quadri che non solo conversano con lo spazio e con le opere di Carla Accardi ma anche con la storia stessa della città e con gli ambienti un tempo occupati da Alighiero Boetti nella campagna umbra e che diventano, seppur per un breve tempo, il suo studio.
Per la mostra a Todi Andrea Bizzarro e Matteo Boetti – i due soci del nuovo spazio Bibo’s Place – hanno selezionato undici opere di Carla Accardi che attraversano un arco cronologico che va dal 1954 sino al 2008. Si tratta, quindi, di una scelta che nel suo rigore – vista l’immensa produzione di Accardi – vuole in primis cogliere i punti chiave della sua ricerca e, soprattutto, di quella rivolta alla luminosità del colore e alla purezza del segno.
In Grigio e colori (diversi grigi e colori) del 1954 sono presenti le qualità tipiche di quegli anni, ossia la fluidità del segno e la forte dicotomia tra bianco e nero anche se qui vi è un ritorno al cromatismo, seppur ancora in toni attenuati. Le due carte degli anni Sessanta – rispettivamente del 1962 e del 1968 – tradiscono, invece, l’esigenza di una maggiore luminosità del colore (soprattutto nell’uso del verde fluorescente in Verdi azzurro) abbinata ad una calligrafia ripetitiva e ossessiva che si fa più solida quando il fondo diviene trasparente, ossia quando Accardi scopre il sicofoil (in mostra rappresentato da 3 opere) e con esso la possibilità di andare davvero oltre il limite della tela, facendo vedere il suo supporto, ossia il telaio e, nei rotoli o nelle installazioni, andando oltre il bidimensionale. In questa serie di opere, come in quelle in cui il fondo della tela ritorna ma lasciato grezzo, si nota una forte sintonia tra Carla Accardi e la giovane Rebecca Ward. Quest’ultima ha di recente scoperto la parte scultorea e installativa di Accardi avendo visto la celebre Triplice tenda (1969-71) al Centre Pompidou e ne è rimasta sorpresa proprio perché ha notato analogie di metodo. Nella tela grezza, usata come superficie pittorica da Accardi a partire dal 1981, così come nei quadri in mostra come Blu di Prussia e Blu, l’artista italiana sembra portare avanti, come sostiene Celant, la dicotomia tra segno e fondo, tra maschile e femminile e tra industriale e naturale e alla Ward non a caso serve per rivelare di cosa è fatta in origine la superficie, a rivelarne le maglie.In questo dialogo nei rinnovati spazi della galleria umbra sembra davvero concretizzarsi ciò che Alighiero Boetti ha scritto nell’opera Clessidra, cerniera e viceversa del 1981 che ha dato origine alla mostra sopra citata, TIME, after TIME. Vice versaè anche il titolo scelto da Bartolomeo Pietromarchi per il Padiglione Italia della 55. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia che, tratto da un concetto del filosofo Giorgio Agamben, non a caso si basa sull’idea della tensione dialettica tra più generazioni.

 


[1] Germano Celant, Carla Accardi, Charta, 1999, p. XII.

[2] TIME after TIME, catalogo della mostra, Ronchini Gallery, London, 2012, s.p.

[3] Stephen Maine, To Hold the World in Mind in Rebecca Ward. Cow Tipping, catalogo della mostra, Ronchini Gallery, London, 2013, s.p.

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DIALECTICAL TENSIONS

by Manuela Pacella

The worst mistake that a new generation can make is to interfere with reality without any knowledge of history or tradition. This can often occur due to the naivety, the typical arrogance that leads young people to consider themselves adults before their time. On the other hand, when a person escapes their formative shell with humility, recognising that they are just a small piece of something much larger, there is a greater chance that their thoughts can really contribute to personal, and hopefully collective growth.

Having said this, history (in this case, the history of art), should never be considered an inconvenience or a hinderance.

The new generation has reached beyond the obsessive ‘stalemate’ of what has already been said and done, and of all of the ‘isms’ from the twentieth-century. It seems that former generations tolerated these elements in silence.

To seriously compare yourself, head-on, with those who have come before you whilst remembering history, leads you to complete freedom, just like knowing all of the rules of a game.

In this day and age, we are also aware of the impossibility of feeling like part of a ‘creative core’[1]; the extreme cultural nomadism and the ease with which we can enrich our own interests allows us to feel a part of an entire tradition, or of more than one cultural movement.

Infact, this is what Marylin Minter writes in the TIME, after TIME exhibition catalogue: Parallels Between Young American Artists and Italian Masters: This new kind of abstraction is part of a collective subconcious that these artists all somehow belong to this same school of thought. This generation –painters in their mid to late 20s – are all looking back to the past, to people like Lucio Fontana, Piero Manzoni, Mary Heilmann, Blinky Palermo and Cy Twombly. It’s as though they are absorbing traditions of abstract expressionism, minimalism, arte povera, and pop culture simultaneously, challenging them and writing sort of love letters to them.’ [2]

The exhibition that Minter refers to is one in which new generation artists – Andrew Brischler, Sam Falls, David Mramor, Davina Semo and Rebecca Ward, compare themselves to historical artists such as Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti, Alberto Burri, Dadamaino, Piero Dorazio, Mario Schifano and Paolo Scheggi.

One of the most interesting aspects of Carla Accardi Rebecca Ward. Women’s Genius. One Step Beyond (BiBo’s Place, Todi, 18th May – 7th September 2013) isn’t so much the general comparison, but the dialogue between this latest generation of American abstract artists which Ward belongs to, and one of the most influential characters of the Italian history of art from the nineteen-fifties until today.

This exhibition highlights the main characteristics that many young artists, not only those who prefer abstractionism, have in common. Even if it may seem absurd, or out of the ordinary to acquire ideas from various sources, it is at the same time inevitable as it is a result of having developed within such close contact to simultaneous temporal and spacial stimuli, especially those of visual and sound impact.

Rebecca Ward (1984, Waco, Texas, works and lives in New York), has a rather significant website that defines these aspects. The homepage has a library section that is sub-divided into 3 parts: Grab bag; words; links. Upon exploring these, you can see into the artist’s world and it is possible to comprehend a lot about her research even before glancing through the photos of her works and installations.

Grab bag is the artist’s tumblr page, and consists mainly of photos (that have no obvious order, if not that of their chronological submission), of works from various authors (Beuys, Buren, Cattelan, Delaunay, Riley, etc.) to television series, adverts and frames from films such as Ghostbusters.

Following this apparent ‘jumble’ (this is precisely what ‘grab bag’ means), that gives us a glimpse of Ward’s tastes, interests and memories, is the Words section in which the artist has added inserts from the following books, articles and texts; Mythologies by Roland Barthes; Edge of Animation, about the British artist Bridget Riley; Specific Objects by Donald Judd; Germano Celant’s article , Notes for a Guerrilla War; Sol LeWitt’s Sentences of Conceptual Art; the reproduction of Lee Lozano’s manuscript from 1969, Membro di Art Workers Coalition; and Daniel Biven’s The function of the Studio.

Rebecca Ward’s references are by no means random and are absolutely ‘in line’ with her work. They are the fruit of continuous research of her projects, materials and techniques, and of the construction and deconstruction of an object, of feminine and of masculine, of colours and of relationship with architecture. In carrying out such research, she certainly cannot ignore what has already been said.

In the TIME after TIME exhibition, Rebecca Ward dialogued with works of such artists as Dadamaino and Burri with two paintings and, more importantly, with an installation that linked all of the pieces on show. She displayed her works in such a way as to guide the spectator towards different levels of interest. Ward, in fact, creates installations using coloured ribbons and threads that often span across the whole exhibition space, with geometric lines that alter the structure. Differently from installations of, for example, Esther Stocker, Ward’s are less invasive and use the luminous quality of the colours. If we were to compare them to the works of her Mentor Daniel Burnem, they are certainly less rigorous.

Within Ward’s vast production of paintings, the most interesting research is that in which the boundaries of the surface of the painting are highlighted, and therefore questioned through the visibility given to the materials, such as the frame or the fringed threads of the canvas; she herself defines these characteristics as being more feminine and organic than shapes that are often super-imposed and that remind us of the more severe boundaries of abstraction. Stephen Maine states that Ward addresses broader social concerns “… by means of materials and procedures specific to domestic realm of activity that has long been coded female, therefore infiltrating the historically male-dominated field of geometric abstraction.”[3]

Being compared to history is, therefore, nothing new for Rebecca Ward, and helps her stay focused.

The young Texan is once again on Italian territory to face another challenge. Not only will she have to dialogue with an artist as important as Carla Accardi (1924, Trapani, lives and works in Rome), but she will also have to live up to the exhibition’s location in Todi – in what was once the gallery of Giuliana Soprani Dorazio, Extramoenia. Ward will create a site-specific installation and will show some of her paintings that not only dialogue with the space and the works of Carla Accardi, but also with the history of such a city, once home to Alighiero Boetti in the Umbrian countryside, that will, for this short time, become her studio.

Andrea Bizzarro and Matteo Boetti, the two owners of the new gallery BiBo’s Place, have chosen 11 works by Carla Accardi that cross a time- span ranging from 1954 to 2008 for the exhibition in Todi. This strict selection (Accardi has an immense collection of pieces) aims to capture the key points of her research, especially those aimed at the colours’ luminosity and the purity of the mark making. In Grigio and Grigio e colori (different greys and colours) from 1954, we can see the qualities that were typical of such an era, for example the fluidity of the marks, and the strong dichotomy between black and white, and we can see a return to chromatism, albeit in very subtle shades.

The two pieces, dating from the Sixties – respectively from 1962 and 1968 – betray the need for more luminosity of colour (especially in the fluorescent green or Verdi azzurro) combined with a repetitive and obsessive hand-writing which becomes more solid as the background becomes more transparent, or when Accardi discovers sicofoil ( represented in 3 works at the exhibition), and with it the possibility to go way beyond the limits of canvas, showing its support (i.e. The frame) and, in the rolls or the installations, moving beyond the bi-dimensional.

In this series of works, as in those where the bottom edge of the canvas is left raw, we can see a strong affinity between Carla Accardi and Rebecca Ward. Ward has recently discovered the sculptural and installation side to Accardi after having seen the famous Triplice tenda (1969-71) at the Pompidou Centre, and she was surprised to notice the many similarities in their methods. The raw canvas used as a painting surface by Accardi from 1981, for such paintings as Blu di Prussia and Blu, with which the Italian artist seems to bring forward, as Celant recognises, the dichotomy between the mark and the ground, between masculine and feminine and between industrial and natural, and this is precisely what Ward needs in order to understand what the original surface is made of and to reveal its weave.

This dialogue, held within the renovated spaces of the Umbrian gallery, really seems to put into context what Alighiero Boetti wrote in his work Clessidra, cerniera e viceversa (1981), which gave rise to the above-mentioned exhibition, TIME after TIME. Viceversa is also the title chosen by Bartolomeo Pietromarchi for the Padiglione Italia at the 55 – International Art Exhibition of the Venice Biennale. Taken from the philosopher, Giorgio Agamben’s concept, this title is , not by chance, based on the idea of dialectical tensions between different generations.

 


[1] Germano Celant, Carla Accardi, Charta, 1999, p.XII.

[2] TIME after TIME, exhibition catalogue, Ronchini Gallery, London, 2012, s.p.

[3] Stephen Maine, To Hold the World in Mind in Rebecca Ward, Cow Tipping, exhibition catalogue, Ronchini Gallery, London 2013, s.p.